L'anima delle nostre scuole

La nostra scuola è prima di tutto "SCUOLA".
La nostra scuola è innanzitutto una “scuola”. Non sembri un gioco di parole. Non basta chiamarsi scuola per esserlo. E cos’è una scuola? La scuola è una comunità in cui si trasmette e si cerca la verità.
Si “trasmette” la verità, perché non tutto va ridotto a ricerca. Se c’è il diritto dei ragazzi di imparare a cercare, e quindi di acquisire un metodo, c’è anche il loro diritto di essere confermati in talune verità, di accumulare delle conoscenze. La nostra scuola non vuole seminare solo il dubbio, ma guidare anche delle certezze. Certo, il dubbio e la diversità di opinione sono importanti contro l’appiattimento, per l’originalità e per la ricerca. Ma non meno importanti sono le verità stabili e solide. In ogni caso la ricerca è in funzione della verità.
Si “cerca” la verità, perché la fame di verità dell’uomo è inesauribile e perché la verità stessa è inesauribile. La verità è analogica: la verità in matematica non è come la verità in letteratura o in storia, c’è la verità della ragione e quella del cuore, c’è la verità della fede religiosa e quella della scienza... Tutti questi aspetti della verità sono diversi ma complementari. E’ importante, allora, che nella scuola si maturi sia il senso dei diversi piani della verità, sia il senso della loro unità complessiva.
Intendere la scuola come luogo in cui si trasmette e si ricerca la verità non vuol dire “chiuderla”, ma aprirla alle molteplici sfumature della verità e della realtà, abituare il giovane ad amare la verità, a cercarla ai diversi livelli. La nostra scuola abilita al confronto e al dialogo, ma non al relativismo. La verità fa uscire i ragazzi dal chiuso del loro punto di vita individuale, li abitua a non accontentarsi delle loro opinioni o impressioni epidermiche, a cercare una conferma, una verifica. Li abitua ad uno spirito scientifico e rigoroso, li immunizza contro le varie forme di plagio interessato. Nella nostra scuola non si discute tanto per discutere.

Il giovane davanti a se stesso.
La scuola è luogo in cui il giovane scopre se stesso e progressivamente valorizza ed esprime le sue doti e qualità positive. Egli è un vero e proprio protagonista del suo processo di crescita e nella nostra scuola la centralità soggettiva dell’alunno è molto importante. Che egli sia consapevole del percorso in atto, che progressivamente egli venga coinvolto, che sia un vero e proprio interlocutore e non l’effetto finale di un processo scelto da altri sono aspetti cui non ci sentiamo di rinunciare. Un clima di libertà e trasparenza agevola l’espressione di sé. La valorizzazione di quanto i ragazzi fanno li rafforza nell’autostima e li spinge a dare ancora. Nello stesso tempo, però, cerchiamo anche di far sì che lo studente si ponga davanti a se stesso come un dovere oggettivo. Egli è anche qualcosa di dato a se stesso; deve quindi accogliersi, oltre che progettarsi; accettarsi oltre che programmarsi; conoscersi per quello che è, per potersi impegnare a diventare quello che può essere. Anche nei confronti di sé lo studente non ha solo diritti ma anche doveri. La sua stessa realtà gli è prima di tutto “data” e secondariamente gli è “data come progetto”.

I ragazzi ci interessano tutti e come un tutto.
La verità non è solo intellettiva. I nostri ragazzi hanno bisogno di conoscere, ma anche di amare, di usare il computer ma anche di saper ridere e piangere, di conoscere la circonferenza della terra ma anche di aiutarsi l’un l’altro. Quando diciamo, quindi, che la nostra scuola è luogo in cui si cerca e si trasmette la verità, intendiamo la verità tutta intera, sia quella della ragione che quella del cuore. Vogliamo seguirli con occhio vigile e discreto per vedere il loro cammino umano, se imparano a rapportarsi con gli altri, se si chiudono nel loro piccolo orticello o se guardano più
lontano. Gli insegnanti parlano con i genitori di apprendimento e di profitto, ma anche di crescita personale, di periodi di eventuale stanchezza, di crisi di crescita. I ragazzi ci interessano. Ci interessano tutti, ci interessano come un tutto ossia in tutte le loro dimensioni.

Il metodo preventivo e del rapporto personale.
E’ quello che si dice la centralità della persona. Una frase bellissima ed altisonante, che però bisogna tradurre nella pratica quotidiana della scuola. Ci sforziamo di farlo. Non ci sono ragazzi simpatici o antipatici, vanno amati tutti come un bene prezioso, vanno ascoltati e capiti, rimproverati e magari puniti, ma a patto che sappiano il perché, che se ne parli con loro e che ogni intervento rientri in un cammino di crescita e chiarimento. La nostra scuola usa un metodo preventivo e del rapporto personale. Prevenire tramite l’ambiente e intervenire sempre dall’interno (col colloquio a tu per tu, con la sincerità di chi si parla negli occhi e si richiama vicendevolmente all’onestà dei comportamenti) prima che dall’esterno. E in costante rapporto con la famiglia.

Non si apprende solo con il cervello.
Centralità della persona significa anche un’altra cosa molto importante per la nostra scuola. Si studia con tutto noi stessi, non solo col cervello. Ogni attività umana è atto di “tutta” la persona e non solo di una sua parte. L’attenzione scolastica, allora, deve riguardare tutti gli aspetti della persona, perché tutti contribuiscono al “successo” scolastico. Se un ragazzo è abitualmente distratto, non potrà concentrarsi al tavolo di studio; se uno non si abitua ad osservare nella vita quotidiana, difficilmente lo farà in classe; se uno non si commuove davanti a niente, difficilmente proverà interesse per una poesia; se uno spreca inutilmente il suo tempo libero, con ogni probabilità tenderà a sprecare anche quello dello studio; chi non è curioso di conoscere, difficilmente integrerà quello che il professore dice con approfondimenti personali, chi non sa ascoltare si stancherà dopo pochi minuti di lezione.
Studia bene, quindi, chi coltiva la propria umanità, chi frequenta compagnie che lo stimolano a pensare, chi prova passione per degli interessi che lo coinvolgono, chi ama leggere, chi sa apprezzare il bello, chi sa divertirsi in modo intelligente e non massificante, chi ama farsi domande, chi si prende cura di qualcosa e di qualcuno.
Studia bene chi sa stare in silenzio, sa ascoltare e ascoltarsi, sa contemplare. Chi è docile e umile, chi ha la pazienza della ricerca, chi è consapevole di sapere poco più che nulla, chi non spara soluzioni avventate, chi sa confrontarsi con chi “sa” più di lui, chi sa che la realtà è complessa e che mettere insieme un quadro appena attendibile è impresa faticosa e lunga. Chi non si nutre di slogans, chi non si appiattisce sul presente, ma vuole guardare un po’ più in là nel futuro e un po’ più indietro nel passato, chi non ritiene che il mondo sia cominciato con lui, chi non pensa che questa società sia la migliore delle società possibili.
L’insegnamento fa leva sull’intera personalità e cerca di far crescere tutte le attitudini in modo armonico. Questo vuol dire porre la persona umana – tutta – al centro dell’educazione. Questo cerca di fare la nostra scuola.

Vanno bene le tecniche, ma non a scapito dell'umanità.
Centralità della persona vuol dire anche che l’insegnamento è il frutto dell’incontro tra due libertà, quella dell’insegnante e quella del discente. Crediamo nell’utilità delle tecniche e dei metodi, crediamo nella didattica e nella psicologia... ma crediamo anche che, alla fine, l’insegnamento e l’apprendimento siano atti spirituali, che chiamano in causa la libertà interiore di due persone. Crediamo che l’insegnante insegni con tutto se stesso, che debba essere una persona “a tutto tondo” che sa proporsi in tutta la sua umanità davanti al giovane; crediamo che le tecniche possano aiutare, ma che non siano risolutive; crediamo che il processo di insegnamento-apprendimento consista soprattutto nel far scattare una affinità spirituale, un profondo rapporto umano e interiore che solo la libertà del rapporto stesso può far scaturire: si può insegnare ad insegnare, ma non completamente, si può insegnare ad apprendere, ma non fino in fondo. Il miracolo avviene quando la persona dell’insegnante interpella la persona del discente, la chiama ad uscire da sé e a mobilitarsi. L’apprendimento, così, oltre che essere atto di tutta la persona, e in quanto tale profondamente umano, è atto di libertà e il soggetto primo dell’apprendimento è l’alunno stesso.

L’intrinseca moralità dell'educare.
L’uomo è anche gratuità e disinteresse, la persona compie delle azioni con l’intento di ottenere un risultato pratico, ma ne compie anche delle altre con il solo scopo di fare una buona azione. Lo scopo primario dell’azione educativa – sia quella del docente, sia quella del discente – sta nella bontà dell’azione stessa e quindi è un agire eminentemente gratuito. Per questo richiede un atteggiamento morale. Insegna bene e studia bene chi ama la giustizia e cerca la verità. I nostri ragazzi studiano bene ed apprendono tanto di più, quanto più lo fanno per il gusto di farlo.
Certo, li si educa anche a studiare e ad applicarsi per farsi una posizione nella vita. Bisogna però anche educarli a studiare per studiare, per conoscere, per crescere come persona, per acquisire libertà, per contemplare il bello, per elevare i propri gusti. Studia bene chi dà un senso alto al suo studio. Si studia anche per fare del bene agli altri, per migliorare un po’ questo mondo, per dare un contributo qualitativamente migliore a che le cose vadano meglio, per esserci in modo consapevole, per intervenire con cognizione di causa.

A scuola di sapienza.
L’esperienza dei nostri ragazzi, la loro vita, non può rassegnarsi a rimanere priva di unità, la scuola li deve aiutare a collegare tra loro le varie esperienze che vivono e le varie nozioni che apprendono, riferendole tutte alla loro persona in modo unitario e organico. Viceversa vivrebbero in modo dispersivo e frammentario. Tra le esperienze vissute ieri, quelle di oggi e quelle di domani cerchiamo un senso unico, un legame convincente, una coerenza, un significato. Nessuno vive a zigzag e di chi passa da un’esperienza ad un’altra come la farfalla passa da un fiore ad un altro, senza un progetto, un disegno, un piano si dice che ha una personalità immatura. I nostri ragazzi vogliono essere aiutati a cercare una gerarchia tra le esperienze. Questa è la sapienza. Sapiente è chi non è in balia del vento, ma sa orientare se stesso. Solo così il sapere dei nostri ragazzi può avere sapore, avere un significato.
In ogni ciclo di scuola questo obiettivo sapienziale si pone a diversi livelli e con diverse modalità, ma li riguarda tutti. Nasce qui l’esigenza di un’interdisciplinarità ordinata, affinché le varie materie trovino una loro sintesi. Va da sé, comunque, che la sintesi orientativa è data dall’antropologia, ossia dalla visione dell’uomo. La nostra scuola ha un grande rispetto per l’autonomia di linguaggio e di metodo delle varie discipline e vuole abituare gli alunni ad impadronirsi di queste metodologie, ma sa anche che tutte le materie trovano una sintesi nella persona umana e quindi vengono unificate, e in qualche modo impastate, dalla visione dell’uomo che la scuola assume.

Il Vero Maestro.
La nostra scuola è “cattolica”. Questo significa che la visione dell’uomo che fa da sintesi di tutta la sua attività educativa è quella svelataci da Gesù Cristo e insegnata dalla Chiesa. E’ Cristo l’unico e vero Maestro, è Egli l’Educatore. Tutte le considerazioni fin qui condotte culminano in questa consapevolezza. L’educazione come formazione alla sapienza, la mobilitazione di tutti gli aspetti della persona, il lavoro coordinato ed organico di tutti gli insegnanti, il rispetto per le famiglie come prime responsabili dell’educazione, la comunione di intenti con esse e la creazione di una vera e propria comunità educante trovano qui la loro possibilità e il loro fondamento.
La nostra scuola si impegna ad educare alla trascendenza, a coltivare la vita spirituale dei ragazzi, a trasmettere fedelmente l’insegnamento dottrinale e morale della Chiesa cattolica, a mostrare la congruità tra ragione e fede, tra umanesimo e cristianesimo.