Progetto Educativo

Premessa

Un progetto, un’esperienza, un rapporto.
Più che un progetto, un rapporto
Dalla bellezza la conoscenza
Una tradizione culturale
Una scuola con le famiglie

L’anima della nostra scuola.
Le nostre scuole sono prima di tutto “scuole”
Il giovane davanti a se stesso
I ragazzi ci interessano tutti e come un tutto
Il metodo preventivo e del rapporto personale
Non si apprende solo col cervello
Vanno bene le tecniche ma non a scapito dell’umanità
L’intrinseca moralità dell’educare
A scuola di sapienza
Il vero Maestro

La nostra offerta formativa.
La coerenza educativa
La scuola del “buon senso”
Le abilità e i contenuti
Il collegamento col territorio
La formazione morale e religiosa

La sussidiarietà a servizio della persona.

Perché abbiamo scritto questo Progetto Educativo

Queste pagine illustrano il Progetto Educativo delle quattro scuole medie cattoliche paritarie gestite dalla cooperativa “Cultura e Valori”: la scuola Don Allegri di Villafranca di Verona, la scuola Carlo Peducci di Verona (Marzana) e la scuola Santa Teresa di Verona (Tombetta).

E’ stato scritto da insegnanti e genitori insieme, ma perché?

Per le famiglie prima di tutto, perché hanno diritto di sapere cosa vuol fare la scuola a cui affidano i loro figli. Non si compra a scatola vuota, soprattutto quando di mezzo c’è la formazione umana e spirituale della persona. Abbiamo voluto esplicitare, per dovere morale prima che per obbligo burocratico, cosa intendiamo per scuola e per insegnamento, dato che circolano varie teorie e di scuole ce ne sono di diverso genere. Abbiamo voluto dire cosa intendiamo fare nei confronti dei ragazzi che ci sono affidati e chiarire la nostra peculiarità. Siamo scuola come tante altre scuole. Siamo scuola cattolica come altre scuole cattoliche. Ma siamo anche questa scuola cattolica, come nessun’altra lo è. Chiediamo la fiducia delle famiglie in quanto scuola, in quanto scuola cattolica ma anche e soprattutto in quanto questa scuola cattolica. Era quindi d’obbligo, per noi, presentare la nostra carta di identità culturale, pedagogica ed educativa.

Ma abbiamo scritto questo Progetto Educativo anche per gli operatori delle nostre scuole, per i presidi e gli insegnanti. Lo abbiamo fatto per chiarirci ulteriormente le idee, per tracciare un percorso chiaro a tutti noi, per darci un’agenda, cioè delle cose da fare, delle priorità su cui intervenire.

Insomma, questo Progetto Educativo è stato scritto per tutta la scuola, in tutte le sue componenti, nessuna delle quali può ritenere di poter raggiungere i propri obiettivi senza la collaborazione e l’intesa con le altre.

Stefano Fontana - Presidente della cooperativa Cultura e Valori

Padre Andrea Trevisan - Direttore delle Scuole

Un progetto, un'esperienza, un rapporto.

I genitori affidano alla scuola quanto hanno di più caro. Lo fanno perché capiscono che i loro figli ne hanno bisogno per crescere, per diventare uomini e donne. I genitori che affidano i propri figli alla nostra scuola cercano di ricevere un aiuto. Gli insegnanti cercano di entrare con delicatezza nell’interiorità dei ragazzi, in punta di piedi e con grande rispetto della loro spiritualità, con grande attenzione alla loro crescita, con un occhio vigile che sa posarsi su ognuno in particolare, cogliendone la diversità.
E’ possibile una scuola che non irrompa violentemente nell’animo di questi giovani, una scuola che giorno dopo giorno, in contatto continuo con la famiglia, li faccia crescere educandoli al bene e alla verità?

Più che un progetto un rapporto
Se i ragazzi ritornano a scuola volentieri ciascun giorno, il motivo è da ascriversi anzitutto ad un rapporto e cioè alla presenza di compagni e insegnanti dentro un lavoro condiviso che volge verso una soddisfazione, una crescita.
L’atto educativo della nostra scuola si realizza nel concreto di un rapporto umano. Per un ragazzo gli educatori incarnano il dato della “tradizione” con la quale egli può affrontare, senza smarrimento, tutta la realtà. Un adulto quindi, genitore o insegnante che sia, è guida indispensabile nella progressiva scoperta della realtà e del suo senso. Perché questo sia possibile è necessario un rapporto di umana stima tra il docente ed il discente, un rapporto cioè tra chi insegna e chi apprende, che tenga conto delle potenzialità, delle capacità e della personalità di ciascun ragazzo.
Un armonico ed equilibrato sviluppo di una personalità può realizzarsi solo grazie ad un coinvolgimento gratuito, discreto ed “amichevole” tra gli adulti ed i ragazzi.

Dalla Bellezza alla conoscenza
Da noi c’è scuola, cioè un luogo culturale ed educativo, perché c’è una domanda da condividere e ci sono delle ipotesi da verificare. Non è un luogo di addestramento, ma di esperienza.
La nostra scuola, innanzitutto, ha il compito di educare i ragazzi alla bellezza della conoscenza. Sottolineiamo il termine bellezza, in quanto la conoscenza, perché non diventi un arido nozionismo, per prima cosa è un desiderio di conoscenza, una passione per tutto ciò che vediamo, apprendiamo, studiamo, una passione per la realtà che ci circonda. Nei ragazzi c’è una capacità di apertura alla realtà, ai fatti e agli avvenimenti di ogni giorno, ma anche alla storia, alla matematica e alle altre scienze; questa capacità di conoscenza è messa in moto dall’incontro con la realtà e quanto più questo è intenso e vero, tanto più tale capacità si struttura e diviene capace di abbracciare il bello, il vero e il buono.
La nostra scuola, quindi, prima di tutto vuole trasmettere un’istruzione ed una passione per le discipline che ciascun docente insegna.
Perché questo sia possibile, è necessaria un’unità tra gli educatori, che coinvolga non solo l’aspetto didattico, ma anche i rapporti personali. I ragazzi in questo modo percepiscono che tra i loro insegnanti, pur nell’originalità di ciascuno, si respira un clima di intesa, collaborazione, amicizia.

Una tradizione culturale
La nostra scuola si radica nella tradizione culturale del cattolicesimo italiano. Essa è dotata di un progetto educativo al quale si riferiscono genitori ed insegnanti, in una libera e consapevole adesione. Ciò non impedisce a chiunque lo desideri realmente, anche non credente, o di diversa fede religiosa, la possibilità di coinvolgersi con l’esperienza in atto, credendo nella sua positività sociale e civile.

Una scuola con le famiglie
L’esperienza educativa della nostra scuola si realizza in stretto rapporto con i genitori, primi protagonisti dell’educazione dei propri figli. La scuola si dovrebbe concepire come una struttura ausiliaria, al servizio della famiglia nello svolgimento del suo compito educativo: la funzione della scuola è quella di educare istruendo. Ma nel contesto di una situazione sociale sottoposta ad un livellamento culturale e all’annullamento del patrimonio di valori tradizionali, la scuola si assume anche un ruolo di sostegno nei confronti del compito educativo dei genitori stessi. E’ così che la nostra scuola diviene occasione per una crescita e un cammino personale non solo per gli alunni, ma anche per gli adulti (genitori e insegnanti) nella misura della loro disponibilità.

L'anima delle nostre scuole

La nostra scuola è prima di tutto "SCUOLA".
La nostra scuola è innanzitutto una “scuola”. Non sembri un gioco di parole. Non basta chiamarsi scuola per esserlo. E cos’è una scuola? La scuola è una comunità in cui si trasmette e si cerca la verità.
Si “trasmette” la verità, perché non tutto va ridotto a ricerca. Se c’è il diritto dei ragazzi di imparare a cercare, e quindi di acquisire un metodo, c’è anche il loro diritto di essere confermati in talune verità, di accumulare delle conoscenze. La nostra scuola non vuole seminare solo il dubbio, ma guidare anche delle certezze. Certo, il dubbio e la diversità di opinione sono importanti contro l’appiattimento, per l’originalità e per la ricerca. Ma non meno importanti sono le verità stabili e solide. In ogni caso la ricerca è in funzione della verità.
Si “cerca” la verità, perché la fame di verità dell’uomo è inesauribile e perché la verità stessa è inesauribile. La verità è analogica: la verità in matematica non è come la verità in letteratura o in storia, c’è la verità della ragione e quella del cuore, c’è la verità della fede religiosa e quella della scienza... Tutti questi aspetti della verità sono diversi ma complementari. E’ importante, allora, che nella scuola si maturi sia il senso dei diversi piani della verità, sia il senso della loro unità complessiva.
Intendere la scuola come luogo in cui si trasmette e si ricerca la verità non vuol dire “chiuderla”, ma aprirla alle molteplici sfumature della verità e della realtà, abituare il giovane ad amare la verità, a cercarla ai diversi livelli. La nostra scuola abilita al confronto e al dialogo, ma non al relativismo. La verità fa uscire i ragazzi dal chiuso del loro punto di vita individuale, li abitua a non accontentarsi delle loro opinioni o impressioni epidermiche, a cercare una conferma, una verifica. Li abitua ad uno spirito scientifico e rigoroso, li immunizza contro le varie forme di plagio interessato. Nella nostra scuola non si discute tanto per discutere.

Il giovane davanti a se stesso.
La scuola è luogo in cui il giovane scopre se stesso e progressivamente valorizza ed esprime le sue doti e qualità positive. Egli è un vero e proprio protagonista del suo processo di crescita e nella nostra scuola la centralità soggettiva dell’alunno è molto importante. Che egli sia consapevole del percorso in atto, che progressivamente egli venga coinvolto, che sia un vero e proprio interlocutore e non l’effetto finale di un processo scelto da altri sono aspetti cui non ci sentiamo di rinunciare. Un clima di libertà e trasparenza agevola l’espressione di sé. La valorizzazione di quanto i ragazzi fanno li rafforza nell’autostima e li spinge a dare ancora. Nello stesso tempo, però, cerchiamo anche di far sì che lo studente si ponga davanti a se stesso come un dovere oggettivo. Egli è anche qualcosa di dato a se stesso; deve quindi accogliersi, oltre che progettarsi; accettarsi oltre che programmarsi; conoscersi per quello che è, per potersi impegnare a diventare quello che può essere. Anche nei confronti di sé lo studente non ha solo diritti ma anche doveri. La sua stessa realtà gli è prima di tutto “data” e secondariamente gli è “data come progetto”.

I ragazzi ci interessano tutti e come un tutto.
La verità non è solo intellettiva. I nostri ragazzi hanno bisogno di conoscere, ma anche di amare, di usare il computer ma anche di saper ridere e piangere, di conoscere la circonferenza della terra ma anche di aiutarsi l’un l’altro. Quando diciamo, quindi, che la nostra scuola è luogo in cui si cerca e si trasmette la verità, intendiamo la verità tutta intera, sia quella della ragione che quella del cuore. Vogliamo seguirli con occhio vigile e discreto per vedere il loro cammino umano, se imparano a rapportarsi con gli altri, se si chiudono nel loro piccolo orticello o se guardano più
lontano. Gli insegnanti parlano con i genitori di apprendimento e di profitto, ma anche di crescita personale, di periodi di eventuale stanchezza, di crisi di crescita. I ragazzi ci interessano. Ci interessano tutti, ci interessano come un tutto ossia in tutte le loro dimensioni.

Il metodo preventivo e del rapporto personale.
E’ quello che si dice la centralità della persona. Una frase bellissima ed altisonante, che però bisogna tradurre nella pratica quotidiana della scuola. Ci sforziamo di farlo. Non ci sono ragazzi simpatici o antipatici, vanno amati tutti come un bene prezioso, vanno ascoltati e capiti, rimproverati e magari puniti, ma a patto che sappiano il perché, che se ne parli con loro e che ogni intervento rientri in un cammino di crescita e chiarimento. La nostra scuola usa un metodo preventivo e del rapporto personale. Prevenire tramite l’ambiente e intervenire sempre dall’interno (col colloquio a tu per tu, con la sincerità di chi si parla negli occhi e si richiama vicendevolmente all’onestà dei comportamenti) prima che dall’esterno. E in costante rapporto con la famiglia.

Non si apprende solo con il cervello.
Centralità della persona significa anche un’altra cosa molto importante per la nostra scuola. Si studia con tutto noi stessi, non solo col cervello. Ogni attività umana è atto di “tutta” la persona e non solo di una sua parte. L’attenzione scolastica, allora, deve riguardare tutti gli aspetti della persona, perché tutti contribuiscono al “successo” scolastico. Se un ragazzo è abitualmente distratto, non potrà concentrarsi al tavolo di studio; se uno non si abitua ad osservare nella vita quotidiana, difficilmente lo farà in classe; se uno non si commuove davanti a niente, difficilmente proverà interesse per una poesia; se uno spreca inutilmente il suo tempo libero, con ogni probabilità tenderà a sprecare anche quello dello studio; chi non è curioso di conoscere, difficilmente integrerà quello che il professore dice con approfondimenti personali, chi non sa ascoltare si stancherà dopo pochi minuti di lezione.
Studia bene, quindi, chi coltiva la propria umanità, chi frequenta compagnie che lo stimolano a pensare, chi prova passione per degli interessi che lo coinvolgono, chi ama leggere, chi sa apprezzare il bello, chi sa divertirsi in modo intelligente e non massificante, chi ama farsi domande, chi si prende cura di qualcosa e di qualcuno.
Studia bene chi sa stare in silenzio, sa ascoltare e ascoltarsi, sa contemplare. Chi è docile e umile, chi ha la pazienza della ricerca, chi è consapevole di sapere poco più che nulla, chi non spara soluzioni avventate, chi sa confrontarsi con chi “sa” più di lui, chi sa che la realtà è complessa e che mettere insieme un quadro appena attendibile è impresa faticosa e lunga. Chi non si nutre di slogans, chi non si appiattisce sul presente, ma vuole guardare un po’ più in là nel futuro e un po’ più indietro nel passato, chi non ritiene che il mondo sia cominciato con lui, chi non pensa che questa società sia la migliore delle società possibili.
L’insegnamento fa leva sull’intera personalità e cerca di far crescere tutte le attitudini in modo armonico. Questo vuol dire porre la persona umana – tutta – al centro dell’educazione. Questo cerca di fare la nostra scuola.

Vanno bene le tecniche, ma non a scapito dell'umanità.
Centralità della persona vuol dire anche che l’insegnamento è il frutto dell’incontro tra due libertà, quella dell’insegnante e quella del discente. Crediamo nell’utilità delle tecniche e dei metodi, crediamo nella didattica e nella psicologia... ma crediamo anche che, alla fine, l’insegnamento e l’apprendimento siano atti spirituali, che chiamano in causa la libertà interiore di due persone. Crediamo che l’insegnante insegni con tutto se stesso, che debba essere una persona “a tutto tondo” che sa proporsi in tutta la sua umanità davanti al giovane; crediamo che le tecniche possano aiutare, ma che non siano risolutive; crediamo che il processo di insegnamento-apprendimento consista soprattutto nel far scattare una affinità spirituale, un profondo rapporto umano e interiore che solo la libertà del rapporto stesso può far scaturire: si può insegnare ad insegnare, ma non completamente, si può insegnare ad apprendere, ma non fino in fondo. Il miracolo avviene quando la persona dell’insegnante interpella la persona del discente, la chiama ad uscire da sé e a mobilitarsi. L’apprendimento, così, oltre che essere atto di tutta la persona, e in quanto tale profondamente umano, è atto di libertà e il soggetto primo dell’apprendimento è l’alunno stesso.

L’intrinseca moralità dell'educare.
L’uomo è anche gratuità e disinteresse, la persona compie delle azioni con l’intento di ottenere un risultato pratico, ma ne compie anche delle altre con il solo scopo di fare una buona azione. Lo scopo primario dell’azione educativa – sia quella del docente, sia quella del discente – sta nella bontà dell’azione stessa e quindi è un agire eminentemente gratuito. Per questo richiede un atteggiamento morale. Insegna bene e studia bene chi ama la giustizia e cerca la verità. I nostri ragazzi studiano bene ed apprendono tanto di più, quanto più lo fanno per il gusto di farlo.
Certo, li si educa anche a studiare e ad applicarsi per farsi una posizione nella vita. Bisogna però anche educarli a studiare per studiare, per conoscere, per crescere come persona, per acquisire libertà, per contemplare il bello, per elevare i propri gusti. Studia bene chi dà un senso alto al suo studio. Si studia anche per fare del bene agli altri, per migliorare un po’ questo mondo, per dare un contributo qualitativamente migliore a che le cose vadano meglio, per esserci in modo consapevole, per intervenire con cognizione di causa.

A scuola di sapienza.
L’esperienza dei nostri ragazzi, la loro vita, non può rassegnarsi a rimanere priva di unità, la scuola li deve aiutare a collegare tra loro le varie esperienze che vivono e le varie nozioni che apprendono, riferendole tutte alla loro persona in modo unitario e organico. Viceversa vivrebbero in modo dispersivo e frammentario. Tra le esperienze vissute ieri, quelle di oggi e quelle di domani cerchiamo un senso unico, un legame convincente, una coerenza, un significato. Nessuno vive a zigzag e di chi passa da un’esperienza ad un’altra come la farfalla passa da un fiore ad un altro, senza un progetto, un disegno, un piano si dice che ha una personalità immatura. I nostri ragazzi vogliono essere aiutati a cercare una gerarchia tra le esperienze. Questa è la sapienza. Sapiente è chi non è in balia del vento, ma sa orientare se stesso. Solo così il sapere dei nostri ragazzi può avere sapore, avere un significato.
In ogni ciclo di scuola questo obiettivo sapienziale si pone a diversi livelli e con diverse modalità, ma li riguarda tutti. Nasce qui l’esigenza di un’interdisciplinarità ordinata, affinché le varie materie trovino una loro sintesi. Va da sé, comunque, che la sintesi orientativa è data dall’antropologia, ossia dalla visione dell’uomo. La nostra scuola ha un grande rispetto per l’autonomia di linguaggio e di metodo delle varie discipline e vuole abituare gli alunni ad impadronirsi di queste metodologie, ma sa anche che tutte le materie trovano una sintesi nella persona umana e quindi vengono unificate, e in qualche modo impastate, dalla visione dell’uomo che la scuola assume.

Il Vero Maestro.
La nostra scuola è “cattolica”. Questo significa che la visione dell’uomo che fa da sintesi di tutta la sua attività educativa è quella svelataci da Gesù Cristo e insegnata dalla Chiesa. E’ Cristo l’unico e vero Maestro, è Egli l’Educatore. Tutte le considerazioni fin qui condotte culminano in questa consapevolezza. L’educazione come formazione alla sapienza, la mobilitazione di tutti gli aspetti della persona, il lavoro coordinato ed organico di tutti gli insegnanti, il rispetto per le famiglie come prime responsabili dell’educazione, la comunione di intenti con esse e la creazione di una vera e propria comunità educante trovano qui la loro possibilità e il loro fondamento.
La nostra scuola si impegna ad educare alla trascendenza, a coltivare la vita spirituale dei ragazzi, a trasmettere fedelmente l’insegnamento dottrinale e morale della Chiesa cattolica, a mostrare la congruità tra ragione e fede, tra umanesimo e cristianesimo.

La sussidiarietà a servizio della persona

Tutti gli aspetti educativi che abbiamo visto finora possono venire riassunti in un concetto di fondamentale importanza per la nostra scuola, quello di sussidiarietà. Questa parola vuol dire: aiutare a fare da sé. Chi deve fare una cosa deve essere aiutato a farla e senza sostituirsi ad esso. Gli educatori vogliono fare in modo che lo studente cresca e sappia fare da sé, sappia governare se stesso. Non vogliono né devono sostituirsi a lui, ma fornirgli gli strumenti per essere pienamente se stesso. La scuola è a servizio della famiglia, la vuole aiutare ad educare i figli svolgendo quegli interventi che essa non è in grado di fare, ma senza sostituirsi ad essa, bensì valorizzandola e, agendo con essa in sintonia, prolungarne le capacità educative. Gli insegnanti più esperti aiutano quelli più giovani, senza sostituirsi ad essi, ma ponendoli in grado di maturare al meglio una loro capacità educativa. La cooperativa che gestisce le scuole è a loro servizio, le aiuta ad essere se stesse, senza cancellarne le individualità e fornendo loro gli strumenti operativi per svolgere al meglio la loro funzione. Come si vede, chi sta “sopra” è a servizio di chi “sta sotto” e lo vuole mettere in grado di esplicitare al massimo le sue potenzialità, senza appiattimenti e invasioni di campo, perché la titolarità dell’iniziativa è prima di tutto competenza della persona, poi della famiglia, poi della scuola e poi della società civile. E’ sempre la persona il “principio, il soggetto e il fine” della società. Le nostre scuole sono espressione di creatività e partecipazione che nascono dal basso, sono una palestra per tutti di assunzione di responsabilità civica e di amicizia sociale in ordine a degli obiettivi comuni di valorizzazione della persona.
La fonte ultima della sussidiarietà è comunque Dio stesso e il rapporto che Egli ha voluto instaurare con l’uomo. Dio stesso non ha voluto sostituirsi all’uomo, ma ha voluto sollecitare la sua libera responsabilità, lo ha aiutato ad essere se stesso, lo ha educato e gli ha indicato una via, ma non si sostituisce al suo cammino. Ciò che possiamo fare noi, anche lo dobbiamo fare.

La nostra offerta formativa

La coerenza educativa.
Anche la semplice esperienza della vita in qualche modo educa. Cosa differenzia una scuola rispetto alla caoticità o quantomeno alla dispersività della vita? La coerenza educativa, ossia la sequenza programmata degli interventi, il coordinamento tra l’attività degli insegnanti, la comunione degli intenti. Questa è la prima importante offerta della nostra scuola. Qui gli insegnanti non camminano ognuno per proprio conto, condividono tutti i medesimi valori di fondo, gli alunni non saranno frastornati dal sentire mille campane, non ci sono molteplici magisteri paralleli. Il ragazzo si trova di fronte ad un disegno educativo coerente. Questo non significa che siano mortificate la libertà e l’originalità dei docenti e la varietà degli interventi. Tutto questo c’è, ma si colloca in una cornice coerente ed univoca. La molteplicità non è dispersione e diventa veramente una ricchezza quando non è centrifuga e incoerente. La nostra scuola non è Babele.

La scuola del "buon senso".
La scuola italiana ha subito grandi cambiamenti in questi decenni. Sono stati condotti dei sani aggiornamenti, ma talvolta ci si è anche sbarazzati troppo frettolosamente di modalità educative valide. Talvolta si è rincorso la novità per la novità e molte pratiche didattiche ed educative che si fondavano sul “buon senso” sono state abbandonate, alla ricerca di interventi talvolta eccentrici. Molte “buone cose di una volta” mantengono ancora il loro valore: è ancora importante far studiare approfonditamente ai ragazzi la grammatica italiana e l’analisi logica, è ancora importante abituarli a calcolare senza calcolatrice, è ancora importante educarli all’ordine, ad un comportamento corretto e rispettoso di persone e cose. Apprezziamo le nuove metodologie e i nostri insegnanti si aggiornano continuamente, ma, senza essere passatisti o conservatori, vogliamo anche continuare nelle pratiche dettate dal “buon senso”. Vogliamo costruire una solida preparazione, siamo poco inclini al fumo negli occhi, alle sperimentazioni avventate fatte sulla pelle dei ragazzi. Anche se quello della scuola media è in sé un ciclo concluso, vogliamo preparare i nostri alunni alla scuola superiore, dato che la totalità vi si iscrive.

Le abilità e i contenuti.
Non condividiamo la contrapposizione che solitamente si fa tra “abilità” e “contenuti”. Le due dimensioni sono inseparabilmente correlate e vanno costruite insieme. Occorre abilitare i ragazzi a saper gestire delle abilità da trasferire poi sui più diversi contenuti, ma questo non si può fare se non agendo sistematicamente sui contenuti stessi. Le abilità senza i contenuti sono vuote, i contenuti senza le abilità sono ciechi. C’è un bagaglio di informazioni e di nozioni che gli alunni devono apprendere perché possano elaborarle e gestirle criticamente. Non si può insistere solo sui metodi ed avere ragazzi ignoranti, come non si può avere ragazzi che conoscono i contenuti alla perfezione, ma in modo rigido e mnemonico.

Il collegamento con il territorio.
La nostra scuola è una scuola del territorio. Uno dei motivi per cui è nata è proprio di offrire un servizio alle famiglie sul territorio, in modo che i ragazzi non dovessero trasferirsi altrove. I rapporti con le famiglie che gravitano tutte pressappoco nello stesso bacino, i rapporti con le parrocchie per le attività formative o ricreative, i rapporti con le aziende per le attività di orientamento, quelli con le associazioni per le attività culturali e ludiche garantiscono una “continuità” tra la vita della scuola e le altre dimensioni della vita del territorio in cui essa opera. Ne risulta una scuola “incarnata”, che non evade dai molteplici legami esistenziali che legano la famiglia e l’alunno ad un determinato contesto, una scuola di una comunità territoriale.

La formazione morale e religiosa.
E’ questo uno degli ambiti più delicati della formazione dei preadolescenti, ed è quindi un campo in cui la nostra scuola è fortemente impegnata. Rifacendoci al vangelo e all’insegnamento della Chiesa, ma anche alle esigenze psicologiche ed esistenziali degli alunni, cerchiamo di comunicare loro le linee comportamentali di un’etica della libertà e della verità, o meglio un’etica della libertà nella verità. La sfida è indurre i giovani a comprendere come l’etica cristiana non contraddica l’etica umana ma la realizzi pienamente e come in Cristo sia veramente svelato l’uomo a se stesso. Si tratta di indicare come le esigenze dell’etica religiosa non contraddicano, ma assumano e potenzino, le conclusioni etiche cui arriva la ragione umana: i diritti dell’uomo e dei popoli, la giustizia e la solidarietà, la famiglia unita fondata sul matrimonio, la responsabilità e l’onestà, il corretto uso dei beni, il diritto alla vita dalla nascita alla morte naturale.
Crediamo che la coscienza non sia la fonte ultima della moralità e che debba essere formata. Crediamo che il ragazzo cresca come uomo e maturi man mano che esce dal suo soggettivismo e si rapporta consapevolmente ad una scala oggettiva di valori che lo interpellano in virtù della loro intrinseca validità. Cerchiamo di formare negli alunni l’attitudine a distinguere l’ambito delle questioni etiche opinabili da quello dei principi etici assoluti.
La formazione morale e religiosa ha sì degli spazi autonomi e particolari, come le lezioni di religione, i ritiri spirituali due volte all’anno, gli incontri formativi con esperti, ma è presente come un elemento di primaria importanza continuamente: in classe e in cortile.